La mia vita
Il complessino
Come ho accennato nel periodo precedente, insieme a Gianni provavamo a strimpellare qualcosa ma eravamo ancora molto lontani dall'assomigliare anche solo vagamente ad un gruppo musicale. La svolta si ebbe quando provammo a coinvolgere anche Stefano (cantante) e Luigi (chitarrista). Tutti insieme, con me alla tastiera e Gianni alla chitarra solista, andavamo in un appartamento ad Ostia, disabitato d'inverno, a strimpellare le canzoni in voga in quel periodo. Successivamente si aggiunsero un altro Stefano (fratello di quel Riccardo nominato all'inizio della mia carriera lavorativa) alla tastiera e Pierluigi alla chitarra ritmica. Questo comportò una piccola riorganizzazione dei ruoli a seguito della quale Luigi passò al basso e io alla batteria; l'altro Stefano e Gianni rimasero alla voce solista e alla chitarra. Nel frattempo, anche grazie a Jan Anderson, Gianni imparò a suonare il flauto. Il nostro gruppo si affacciò ufficialmente alla musica sotto il nome dei "Demati" che iniziarono la loro carriera "professionale" grazie all'interessamento di Riccardo (fratello di Stefano, il tastierista) che ci fece chiamare a suonare in un locale di Grottaferrata dove finalmente avvenne il debutto. Con piccole varianti quasi esclusivamente sulla chitarra ritmica che passò dalle mani di Piero a quelle di Roberto, e tra alterne fortune la storia andò avanti fino al '74, quando il proprietario di un locale nella zona della Pineta Sacchetti ci propose un contratto a lunga scadenza. Questo ci indusse a una riflessione seria a seguito della quale decidemmo che non potevamo impegnarci a tempo pieno a scapito degli studi e di altri progetti di vita e questa fu la fine della nostra avventura musicale.
Non abbiamo mai raggiunto alti livelli di qualità, ma a questo periodo sono legati alcuni tra i ricordi più piacevoli e divertenti della mia giovinezza: i pomeriggi trascorsi nella sala adiacente alla caldaia (nel seminterrato di casa mia) a fare le nostre prove alla fioca luce di un paio di lampadine volanti ed in tenuta balneare anche quando fuori faceva sottozero; le riunioni in piazza dei Quiriti (vicino a Musicarte) dove facevamo il punto su come reperire uno strumento o come variare il repertorio; le finte indisposizioni di Stefano (cantante) quando aveva da coltivare nuove conoscenze (in senso biblico ?); le acrobazie per riuscire a caricare tutta la batteria nella mia Mini Minor mk2 compreso anche un amplificatore.
Alcuni tra i miei amici ed i parenti che cominciarono allora hanno continuato a suonare fino ad oggi ed io forse li invidio un po',ma all'epoca avevo ben altre aspettative da soddisfare. Tuttavia la musica mi è rimasta sempre accanto, fedele compagna, e tuttora non disdegno, di tanto in tanto, di strimpellare il piano, la tastiera, la chitarra o qualunque altro esotico attrezzo che generi vibrazioni.
Ma il mio impegno con la musica, oltre ai Demati si è manifestato anche con la creazione di alcuni brani musicali e con la loro registrazione. Ad essere sincero tutti i testi e buona parte della musica sono stati realizzati da Luciano (vedi foto con i pixel) ma ho dato un sostanzioso apporto alla relaizzazione di una parte musicale e dell'arrangiamento (se si può chiamare così). La versione finale (della quale penso di aver perduto l'unica registrazione) realizzata con l'aiuto e la consulenza di Stefano (il tastierista e seconda voce dei Demati).
A 18 anni il 18 alle 18.....
Un evento che ha dato un bello scossone alla mia vita è stato l'incidente che subii il 18 aprile 1970.
Ero all'ultimo anno del quinto liceo e mi trovavo in Via della Conciliazione sulla mia moto Benelli (o meglio MotoBi) quando, verso le sei di sera un ragazzo su una cinquecento, che veniva in senso opposto al mio (verso S.Pietro) nel girare a sinistra, per immettersi proprio nella strada ove c'era la mia scuola, tagliò la curva e mi investì in pieno urtando col suo paraurti sulla mia gamba sinistra. Feci un volo di parecchi metri e mi ritrovai con la tibia sinistra fratturata e varie ferite sulla gamba. Non sarebbe stato nulla di particolarmente drammatico se a curarmi fosse stato un qualunque medico ortopedico, purtroppo capitai nelle mani di un sedicente primario (che come sapemmo solo alcuni, troppi, mesi dopo era in possesso solo della abilitazione dentistica) che non contento di seguire la via più banale e ortodossa della trazione per qualche giorno e poi dell'ingessatura, come a quei tempi si faceva per le fratture semplici del terzo medio della tibia, pensò bene di sperimentare su di me alcune tecniche ancora non in uso in Italia. Forte della sua grande esperienza internazionale, decise di operarmi applicando una staffa metallica a rinforzo dell'osso fratturato. Solo sei mesi dopo, contestualmente alla scoperta della vera abilitazione di cui era titolare il primario, scoprimmo che nel fare questo intervento erano stati fatti tre errori madornali. Oltre all'errato utilizzo di una placca per l'omero (quella per la tibia è grande più del doppio), questa era stata avvitata sul lato sbagliato e le viti erano state fissate in corrispondenza del focolaio di rottura. Era quindi normale che le viti si fossero rotte quasi tutte, e che l'osso invece di saldarsi avesse prodotto un grande ammasso di callo osseo. Per questo motivo a distanza di mesi zoppicavo e continuavo ad avere dolore. Papà preoccupato dalla situazione mi portò dall'ortopedico allora di maggior fama (si trattava del Professore che seguiva i giocatori della Roma) e fu lui a farci la dettagliata diagnosi che ho riportato sopra. Mi operò immediatamente e oltre a togliere, per quanto possibile, tutto quanto inserito maldestramente dall'odonto-collega provvide ad intervenire utilizzando strumenti e metodologie più consone. Effettuò anche un trapianto osseo prelevando alcuni frammenti dalla cresta iliaca. Non credo che all'epoca lui lo sapesse (così come lo ignorava il mondo intero fino a pochissimi anni fa), ma stava sfruttando le infinite capacità delle cellule staminali. Dopo qualche mese, specialmente quando incominciai a mettere l'osso sotto sforzo con adeguati esercizi, questo si riformò correttamente e nell'ottobre del '71 subii l'ultimo intervento per rimuovere la placca, ormai inutile. Ho tralasciato molti dettagli, come due o tre interventi minori per curare una piaga procurata dal primissimo intervento, un nuovo ricovero al Santo Spirito vanificato dall'inizio di uno sciopero di non so quale categoria di infermieri o medici, il lungo periodo in cui non potevo neppure poggiare la gamba, le medicazioni effettuate mentre avevo il gesso (con una tecnica analoga a quella che si usa con i cocomeri per valutarne la giusta maturazione), ecc. Pochissimi anni dall'ultimo intervento ripresi a giocare a pallacanestro (tra l'altro al momento dell'incidente si stava svolgendo un torneo che avevo organizzato io insieme col professore di EF, Ventura, che venne annullato a seguito della mia indisposizione) e la gamba non mi ha mai più dato fastidi.
In un certo senso sono stato ricompensato dalla sorte per questo incidente. Infatti fui riformato dal servizio militare in quanto, oltre a fare la prima e le successive visite ancora infortunato, nella visita finale trovarono i frammenti delle viti spezzate (quelle che non si potettero estrarre) all'interno della mia tibia e queste furono sufficienti ad evitarmi la naja. Devo dire che questi frammenti a me non hanno mai danno alcun fastidio, sono ben felice invece che ne abbiano dato alla commissione giudicante.
Inoltre l'immobilità forzata per tanti mesi mi fece maturare più velocemente insegnandomi le doti della pazienza e della tolleranza costringendomi a guardare alla vita e agli avvenimenti da una prospettiva diversa e meno superficiale.
Maturità ed Università
Subii l'incidente quando mancavano poco più di due mesi all'esame di maturità. In quei tempi l'esame orale si svolgeva su due materie scelte fra quattro (una scelta dal candidato ed una dalla commissione esterna). Gli scritti di Italiano e Matematica andarono bene, specialmente quest'ultimo e anche l'orale della materia scelta da me, Fisica, lo superai egregiamente. Infatti relativamente all'elettricità e all'elettronica (che facevano parte del programma del quinto anno) ebbi la possibilità di raccontare le mie esperienze con distorsori, amplificatori e mixer audio che avevo imparato a costruirmi per utilizzarli in ambito musicale. Purtroppo la materia scelta dalla commissione fu l'Inglese e il membro interno, il professore di Italiano, non stava nella pelle dal desiderio di sapere da me quali fossero le analogie fra la letteratura Italiana e quella d'oltre manica. Fui comunque promosso con un voto medio-basso ma il problema principale fu che, a causa dei problemi alla gamba, dovette passare un altro anno prima di poter cominciare a studiare regolarmente all'università
Mi iscrissi ad ingegneria e feci i primissimi esami ma purtroppo (per i miei) o per fortuna (per me) trovai la strada che cercavo nel mondo dell'informatica (vedi anche l'inizio della mia attività lavorativa). Decisi di rimandare la laurea ma purtroppo, dopo un maldestro tentativo fatto qualche anno più tardi, alla fine desistetti. Probabilmente, ma lo dico senza troppi rimpianti, se all'epoca ci fossero già state facoltà con indirizzo informatico avrei potuto conciliare lo studio con la mia passione.
Non è certamente questa la cosa che farei in maniera diversa se avessi la possibilità di rivivere la mia vita.
Di Gei a Ussita
Fra i miei amici c'era anche Mauro che aveva qualche parente a Ussita (un insieme di frazioni vicino a Visso nella Val Nerina al confine fra Umbria e Marche). Più volte aveva invitato me ed altri amici ad andarlo a trovare durante l'estate e un anno ('72 o '73) andai a trovarlo. Il posto era incantevole, non c'era un unico cento abitato, ma varie piccole frazioni sparpagliate in tutta la vallata, dall'inizio, vicino a Visso fino a a Frontignano, stazione sciistica ora nota anche agli appassionati di deltaplano e parapendio.
Presi l'abitudine di andarlo a trovare durante l'estate e lì ampliai la sfera delle mie conoscenze.
Un inverno, probabilmente quello del '74 o del '75, a Roma, mentre studiavo informatica e cercavo una sistemazione, strimpellavo tastiera, batteria e chitarra, ma più che altro cercavo di vivere i miei vent'anni feci amicizia con il Disk-Jockey del noto locale romano "Papè Satan" che si trovava nei pressi di Piazza Cavour. C'ero andato insieme ad un amico, PaoloF, conosciuto a Ussita. Il DJ ci prese in simpatia e ci insegnò i primi rudimenti di quella che per lui era ormai una professione. Con PaoloF iniziammo ad acquistare dischi di importazione a capire i missaggi e a realizzare basi di prova.
Inseme tornammo ad Ussita, probabilmente in occasione dell' 8 dicembre e andammo in discoteca a provare sul campo, o forse è meglio dire sulla pista, il nostro grado di apprendimento. L'entusiasmo del folto pubblico ci spinse a proporci come DJ per il prossimo periodo natalizio del quale era già stato esposto il programma (una sera Rock & Roll, un'altra musica italiana, un'altra Disco Music, ecc.) I gestori, che fino ad allora avevano gestito tutto in autonomia accettarono di buon grado anche perchè noi non richiedemmo alcun compenso.
Ci copiammo il programma e tornati a Roma incomiciammo a preparare scale e scalette.
Il week-end successivo, mentre mi stavo preparando per andare a Ussita per passare lì il Sabato e la Domenica e verificare la bontà del lavoro svolto a Roma incontro un vecchi amico di mio fratello il cui padre aveva il negozio proprio davanti a casa mia. Si tratta di PaoloM , divenuto poi famoso per aver inciso un paio di dischi con gli "Easy Going" e si aggregò a noi. Formammo così un trio che senza molta fantasia fu subito soprannominato i "Beati Paoli". Per PaoloM poi divenne una professione e tuttora lui e il suo fratello minore Pietro, che io sappia, sono tuttora impegnati nel mondo della musica. Io e PaoloF dopo aver lavorato (?) principalmente a Ussita e a Camerino, smettemmo dopo poco, non prima di aver speso un capitale per l'acquisto di una quantità industriale di LP e 45 giri d'importazione di tutte le correnti "Disco" possibili e immaginabili.
Menu di sezione: