Cose di Picos


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Nonno Paolo

Genealogia

Dalla storia di Nonno Paolo ho estratto una breve parentesi dedicata a Montalbano Jonico.
E' un momento in cui racconta il suo paese natio come lo ricorda nell'infanzia. La data iniziale è relativa al momento in cui nonno ha scritto queste memorie ma la fotografia che ci propone è relativa ai suoi ricordi di circa un secolo fa.

PS. Questo stralcio è stato inviato al Sindaco di Montalbano Jonico qualche mese fa su sua eplicita richiesta relativamente a notizie storiche sul paese.


Un giro per Montalbano Jonico



[14 marzo 1935] [158] “Sopra un’amena collina cinta da mura merlate sorge Montalbano mia patria. . . . ecc. ecc. ” Ha scritto il Vescovo Troyli nella sua bellissima e voluminosa storia sul reame di Napoli ed infatti Montalbano Jonico, ridente ed antico paesello che oggi conta appena 6. 500 abitanti, compresi quelli delle frazioni, è situato sopra una collina a 147 sul livello del mare e siccome il terreno è di natura calcarea e per di più della metà è tagliata a picco e quindi senza vegetazione di sorta, appare da lontano una collinetta bianca (Alba) donde il nome Montalbano e Jonico perché vicina a tal mare e per distinguerlo da vari altri Montalbano che esistono in Italia ed anche altrove, in Francia per esempio.
Le mura che lo circondano hanno il colore che i secoli e le intemperie le hanno impresso, ma le case dell’abitato sono per lo più imbiancate a calce e le vie, benché quasi tutte strette e molte molto corte, ma tutte in piano benché il paese si trovi per quasi due terzi circondato da profondi burroni, formano un insieme vivace e caratteristico caro a chi vi è nato e non facilmente dimenticabile dai forestieri che comunque lo visitano.
Corso Carlo Alberto, comunemente però chiamata Piazza perché è il centro della vita paesana. [161] Nel punto in cui sbocca il Corso Carlo Alberto, oltre alla bella passeggiata che si svolge a destra fino alla Porta S. Pietro (così chiamata perché nel piazzale retrostante ad essa vi è una chiesetta della di S. Pietro). A sinistra, fino alla Porta Osannale, vi è anche la rotabile che va alla stazione e che, in Contrada Santa Maria, si biforca nella strada rotabile che scende per la valle dell’Agri, la percorre per lungo tratto e va a finire a Tursi ed altri paesi limitrofi verso i monti. Più giù, verso l’agghiaccio o ovile Federici, si biforca nella strada rotabile che va verso la tenuta Andriace e prosegue per Metaponto e Pisticci.
Avanti alla Porta Terra vi è un bel piazzale sollevato di circa una decina di metri sui giardini sottostanti ed arginato da un muricciolo. Vi erano, e non so se vi sono ancora perché manco da sedici anni da Montalbano, tre massi di pietra bianca messi insieme e formavano un magnifico sedile pei signori che andavano o tornavano dalla passeggiata e si fermavano li per godersi il magnifico panorama che S. E. Emanuele Granturco nella sua visita elettorale, definì l’orizzonte “bello, magnifico, stupendo”. Infatti è incantevole ed incatena l’osservatore ad ammirarlo. Verso nord est in fondo si vedono biancheggiare Massafra ed altri paesi del tarantino, poi nel mare si vedono come due lunghe strisce bianche e sfumate che è Taranto poi una larga striscia di mare azzurro su cui si vedono passare bianche vele o fumose navi, poi a sud est la chiesa di Anglona su una collina ove era l’antica Pandosia distrutta dai romani; poi Rotondella sopra un monte che sembra una calotta e poi la catena dei monti lucani; il tutto circonda una immensa distesa di quindici o venti chilometri di campagne per lo più pianeggianti, riccamente verdeggianti di piante d’ogni specie, fra cui signoreggia l’ulivo, l’albero sacro a Minerva e sparsa poi da una infinità di casette e di caseggiati bianchi, mentre a sud est, parte ripida del paese, vi è un burrone detto comunemente “a calanca di Don Ciccio Paolo” perché sul suo orlo verso destra sorge la casa del defunto Francesco Paolo Simonetti. Finisce nella ubertosa valle dell’Agri che vi sta adagiato come un nastro d’argento ed irriga quei magnifici giardini fitti di bellissimi alberi di frutti di ogni specie.
Fra essi primeggiano, colle loro verdissime e folte foglie e coi loro dorati e profumati frutti, quelli di agrumi che vi crescono meravigliosamente. Questa vista si gode pure uscendo dalla Porta di San Pietro da cui si accede poi alla rotabile che mena alla stazione Ferroviaria ed anche ad altra strada che mena al Calvario e poi al Ciglio Capitolo, pure sopra un alto burrone ed altre contrade.
Ne punto ove la strada che viene dalla Porta Terra si incontra con quella che viene dalla Porta di San Pietro si fermava, alla partenza, la corriera postale, ora autobus postale, per raccogliere i viaggiatori. [164] Quivi perciò vanno ad aspettarli i parenti e coloro che l’accompagnano o si recano colà per salutarli e quindi qui si scambiano saluti, baci, auguri, promesse, pianti ecc.
Procedendo dalla Porta Terra verso Nord si arriva a Porta Osannale. E’ inutile dire che di queste Porte non esiste che il ricordo perché, eccetto per quella di San Pietro, della quale esiste ancora il solo arco, per tutte le altre, le Porte sono state distrutte e gli archi abbattuti. Dalla Porta Osannale si scende alla strada che, fiancheggiando il monastero mena alle campagne della Contrada Noce, Custodito, Malabocca, Petrolla, Uscio e tante altre. Nella contrada Uscio furono trovate le tavole delle leggi romane che ritrovano depositate nel Museo di Napoli. Più in la, verso Policoro, che era l’antica Eraclea, pure distrutta dai romani, e nel cui territorio si combatterono le battaglie fra Pirro ed i romani, furono trovate monete d’oro nonché altri oggetti antichi che si trovano, si dice, nel Museo Ridola di Matera ed in parte in quello di Napoli. Dalla Porta Osannale si vede un orizzonte molto ristretto perché solo da destra si stende verso vaste campagne, a sinistra è circoscritto da una parte del paese che qui forma come un insenatura e di fronte finisce all’altura su cui vi è il cimitero, la cui vista naturalmente invita a mestizia. Al cimitero si accede per via mulattiera per cui i morti si portano a spalla. Proseguendo sulla stessa si va, sempre per via mulattiera a Pisticci, capoluogo del Mandamento ed ove sono stato solo un paio di volte. Dalla Porta Osannale comincia l’avvallamento che presto diventa profondo burrone che circonda il paese fino alla Porta San Pietro, solo in qualche parte interrotto da un declivio meno ripido e solcato da sentiero assai difficile per l’accesso alle campagne esistenti da quella parte e cioè verso i monti e da quelle parte meno estese.
Costeggiando poi sempre le mura del paese si arriva a Porta Pertuso e poi a Porta Ischia e si ritorna a Porta San Pietro. Anche da quelle due porte l’orizzonte è molto vasto ma si perde nei monti che si vedono di una tinta azzurrognola per la grande distanza e si gode lo spettacolo di vedere la tinta azzurrognola che appena distinguibile sui primi monti diventa poi molto carica sugli ultimi visibili come quello su cui si vede l’Alpe di Latronico, il Monte di Viaggiano, lo scosceso paesello di Craco ed altri che non ricordo. Tra Porta Pertuso e Porta Ischia si trova il Castello di cui esiste una torre merlata senza sporgenze come sono anche le antiche mura, il che dimostra che sono del tipo delle più vecchie fortificazioni dalle quali non si poteva difendere l’angolo morto e quindi antichissime. [168] Tale castello è attaccato ad un giardino su cui sporgono le scuole maschili e quindi mi ricorda i tempi di quando andavo a scuola e potevo qualche volta andare a trattenermi in quelle vicinanze ed anche a tentare qualche piccola scalata fra quei dirupi per raccogliere conchiglie fossilizzate, che qui ve ne sono in gran numero incastrate nella sabbia indurita dei pendii ed il che ci dice che li un giorno vi fu il mare, se non è residuo del diluvio universale. Proseguendo ancora dal Castello verso Porta Ischia si trova un punto in cui il precipizio su cui è il paese è profondissimo e tagliato perfettamente a picco tanto che quel posto è chiamato l’inferno. Siccome sovrastante ad esso vi era un piazzale discretamente vasto fatto a forma di una penisola e cioè per un punto unito alla terra e per tutto il resto,quasi tre quarti, sporgente nel vuoto. Quivi da molti anni il Cav. Maurizio Rocco con una audacia che è meglio dirla imprudenza vi ha costruito un immenso fabbricato, in cui oltre al suo ampio alloggio vi ha impiantato un gran mulino, pastificio, oleificio, magazzini, tutto con grandi moderni macchinari, insomma un vero tesoro sull’abisso. Un ingegnere un po’ troppo francamente gli disse una volta che il tutto era una cambiale a breve scadenza, ma intanto resiste molto bene ed in mezzo secolo, malgrado i venti impetuosi che colà dominano, non si è verificato ancora alcun danno e meno pericolo vi è ora che da alcuni anni sono stati fatti dei magnifici lavori di consolidamento al paese, ed anche l’edifizio del Cav. Maurizio Rocco è stato fortemente consolidato come il caso certamente richiedeva. [170]
Nominando la via della Noce ricordo che quella strada è il cosiddetto Pozzo Leggero che ha poca acqua e che solo pochi potevano avere il piacere di berla perché specialmente per la lontananza veniva a costare molto a portarla in paese e più ancora l’acqua della Noce pura, potabilissima ma molto distante dal paese. Dalla sorgente della Noce si voleva fin da molti anni addietro portare l’acqua in paese e furono fatti anche dei progetti, il più attuabile quello fatto fare dal Comm. Lomonaco, ma per mancanza di fondi non si poté mai attuare.
Ricordo che proprio sulla strada della Noce si camminava per buon tratto quando andavo alla masseria di Zio Pietro e ricordo pure che due volte sono stato proprio nella contrada in un fondo del Maresciallo in congedo Paolo Panizza a fare una scampagnata con la sua famiglia e qualche volta sono stato anche a caccia insieme ai fratelli Serio ed a Zio Gaetanino con i quali andavo qualche volta nei pressi del paese e due volte andai a caccia con loro in carrozza a beccacce nel pantano verso San Donato e propriamente nella cosiddetta Rivolta di Don Ciro. Io però, giovanetto, senza porto d’armi e senza fucile, andavo per fare una scampagnata e solo mi facevano tirare qualche colpo ad uccellini fermi sulle siepi o alle allodole. Io ero contento lo stesso perché la caccia mi divertiva tanto e la libertà e la poesia dei campi era per me molto attraente.
Anche il Monastero mi ricorda tante passeggiate fatte nei suoi dintorni, ricordo quando il Venerdì Santo si incontravano l’Addolorata ed il Cristo Morto colle relative processioni che poi si fondevano in una e dopo la predica fatta dal predicatore o da un sacerdote qualunque, tornava in paese. Ciò oltre alla festa della S. S. Assunta e di San Rocco quando per alcuni giorni la chiesa ed il grandissimo piazzale erano letteralmente gremiti. Inoltre ricordo che spesso, proprio dove furono fucilati tre manutengoli di briganti, appendevano dei tacchini e facevano dei tiri a pagamento. Anche nel periodo della fiera 17-18 e 19 settembre, mi pare, tanto il gran piazzale che le adiacenze si riempivano letteralmente di persone, venditori ambulanti, commercianti d’ogni genere, negozianti di bestiame, animali equini, bovini, pecorini, ecc. Ricordo che quando si inaugurò tale fiera, io ed altri amici e compagni miei vi andammo con l’organizzatore e colla Commissione di Vigilanza a suo di musica che spaventò tanti animali, specialmente cavalli e muli. Ricordo che al citato Ciglio di Capitolo andai una volta col figlio del proprietario a fare una scampagnata, ma capitammo in una giornata piovosa e tutto il divertimento si ridusse ad un pranzetto in campagna.
Ritornando a parlare del paese di cui ho detto solo della alte cinta di muro, accennerò le strade principali e qualche ricordo che ridestano. La parte antica del paese detta la Terra Vecchia (il paese vecchio) non ha nulla di saliente, né nei miei ricordi perché è abitato dal popolino perlopiù e non è altro che un dedalo di viuzze strette e corte, con case modestissime e costituisce proprio quel nucleo di abitazioni che si trovano più vicine ai più alti precipizi che in gran parte circondano il paese. [173]
Dal lato verso la chiesa Madre e proprio dietro a questa vi è una discreta Piazza ove nella festa del Patrono del paese, San Maurizio 19-20-21 e 22 settembre, vi è mercato e forse anche in qualche altra ricorrenza che io non so perché nella terra vecchia sono stato pochissime volte. Ha un’altra piazzetta, dietro l’orologio che essendo vicina alla Piazza Rondinelli è più conosciuta. Io ricordo bene questa piazza perché su di essa sporge una casa nella quale abitò il maestro Cuccarese appena venuto a Montalbano ed ebbe la sventura di perdere una figlia di una dozzina d’anni. Ricordo che anche la mia classe andò per l’accompagnamento funebre ed io benché bambino rimasi commosso e scosso dalle grida strazianti della sorella Lucietta, che nel 1898 poi divenne mia cognata e dal suo pianto disperato quando vide portar via la sorella morta. Nella stessa casa andò ad abitare dopo qualche anno mia Zia Caterina e lì anche lei fu colpita dalla disgrazia perché le morì di polmonite il marito Pocobelli.
Tra la Terra Vecchia ed il paese nuovo in un punto proprio dietro la casa di Filippo Mobilio esiste ancora un tratto di alte mura merlate antichissime e naturalmente più antiche di tutte le mura che attualmente cingono tutto il paese. In quelle vicinanze vi è la piazza innanzi accennata e, dopo quella,incomincia il paese nuovo con la Piazza Rondinelli divisa da quella della Terra Vecchia da una gran torre di stile veneziano a fondo rosso sbiadito e colle colonnine e tutti i risalti color grigio, ma la facciata opposta, verso il paese vecchio, è tutta bianca. Il pianterreno è un arco sotto cui passa la strada di comunicazione, il secondo piano è una grande camera occupata prima dal telegrafo e poi dall’ufficio di Conciliazione con un balcone da ambo le parti ed al secondo piano è l’orologio a due facce sormontato dalle campane che suonano ogni quarto d’ora. E’ un edifizio artistico che da molta grazia al fondo delle due piazze del vecchio e del nuovo paese. Ricordo che un mio compagno figlio dell’incaricato della manutenzione dell’orologio mi condusse un paio di volte con lui a dare la corda e mi piacque tanto a vedere il grande e bel macchinario ed il suo funzionamento.
Sulla Piazza Rondinelli sporgono anche il Municipio, il Circolo Littorio, già Eraclea, il palazzo già Fanuele dal quale cadde la soglia di un balcone nel 1882 ed uccise due persone come ho innanzi narrato e le Case De Crisci e Romaniello.
Nel Corso Carlo Alberto vi sono molti dei migliori palazzi e dei migliori negozi. Nel punto della divisione immaginaria colla Piazza Rondinelli si raccolgono numerosi i contadini la domenica o nelle altre feste per oziare e la mattina e la sera per cercare la giornata, perché ivi si recano a cercare i contadini per lavoro i proprietari che ne hanno bisogno. Anche in quel punto tanti anni fa una compagnia di ungheresi assoldati al nostro servizio, ubriacatisi scaricarono le loro pistole per fortune sulle ombre proiettate nel muro di fronte di persone germe sotto una nicchia con l’immagine di San Maurizio, sotto la casa Romaniello, illuminata da una lampadina ad olio [177]
Nello stesso punto tanti anni addietro fu ucciso un pastore nella notte di Natale. Sotto il palazzo Cerulli avvenne una notte un conflitto con i Carabinieri e rimase ucciso un giovane muratore Nicola De Luca. Tanti fatti sono avvenuti in detta via perché è il centro della vita del paese. Salendo dalla Porta Terra si trova a destra la via Mastrangelo sulla quale vi sono a sinistra un vicolo chiuso in cui vi è la seconda uscita della casa nostra, la casa Palazzi di Zio Pietro, il palazzo Brancaccio ove ho abitato anche io, una chiesetta ed altre case, a destra la casa Villone, il palazzo Baione, in un appartamento del quale sposò e dimorò poi alcuni anni Zia Filomena, la casa del Geometra Capitolo, la casa Lunati ed il Palazzo Bruno e finisce alla Porta Osannale mentre a sinistra si interna in viuzze del paese. Ritornando al corso Carlo Alberto e continuando a salire si trova la via Abate Troyli che va diritta fino alla parte opposta di casa Lomonaco traversando la Piazza detta Largo della Corte, in cui anticamente si amministrava la giustizia e fu quando si festeggiava intorno all’albero ella libertà che era piantato li in mezzo. L’edifizio più importante è il palazzo Bonaggiunta che fu arciprete di Montalbano e che era parente della nonna materna. Sempre salendo sul corso Carlo Alberto si trova a destra la via Izzo, che ha in fondo il palazzo Izzo appartenente a zii di mia nonna materna. Morti questi, i nove figli, cugini di mia nonna, andarono man mano morendo ed i superstiti assicuravano sempre mia nonna che i di lei figli e nipoti sarebbero stati gli eredi del loro vistoso patrimonio, perché i cinque maschi rimasero celibi e le quattro loro sorelle nubili, ma l’ultimo dei fratelli Zio Minnuccio, quel tale che io da bambino ne imitavo il modo buffo di camminare, a ben 69 anni sposò una giovane di 26 dalla quale ebbe poi cinque figli dei quali tre tuttora viventi e già laureati. La strada continua poi a destra ed a sinistra in viuzze ancora più secondarie. [179]
Continuando sempre a salire pel corso Carlo Alberto si trova a sinistra una viuzza, sotto il ponte di Troyli, che continua e si dirama in tante altre più piccole, e risalendo ancora un poco si trova la strada della chiesa in cui si trova la chiesa madre, la casa di mio Zio Vincenzo Federici, la prima e la seconda casa Amendola, il così detto palazzo di Monsignore, il palazzo Troyli, ove sposò e dimorò Zia Assunta che ne aveva sposato il proprietario Zio Eustacchio, la casa del di lui fratello, il palazzo Santagata ov’erano le scuole femminili che frequentò mia sorella e l’asilo d’infanzia che ho frequentato io, mia sorella e i miei fratelli e dopo tanti anni anche un figlio mio che ora non è più, il palazzo Laterza e poi in strade attigue, la casa Pasqualicchio, il palazzo De Leo in cui vi è anche la Caserma dei C. C. R. R. , il palazzo Lomonaco ecc. e poi tutte le strade si intrecciano e si va a definire a Porta S. Pietro e a Porta Ischia. Nel Corso Carlo Alberto, di fronte alla strada della chiesa vi la stretta strada del Purgatorio, ove vi è la chiesa omonima, la casa di Michele Rizzi ed altre dove abitava quel Nicola Palazzi del romanzetto innanzi narrato. La strada va a finire in una piazzetta ov’è il palazzo Zito Elia e la casa del Prof. Benincasa che era fratello di mia nonna, quel tale che fu mio maestro in quarta o quinta elementare e che era padre di quel suo supplente di cui ho già parlato.
Risalendo per ultimo dal corso Carlo Alberto per la Piazza Rondinelli, si trova di fronte la torre dell’orologio ed a destra la via delle Scuole così detta perché nel primo vicolo a sinistra vi sono le scuole maschili. In detta strada vi è la casa del farmacista Ferranti che aveva sposato una zia paterna di mia madre ed i cui figli alla loro morte hanno lasciato tutta la loro proprietà ad una loro figlioccia, moglie di Alfredo Cione, anziché a noi come il fratello di mia nonna materna lasciò tutta la proprietà Benincasa ad una nipote, Nicoletta Troyli, mentre ne avevamo diritto anche noi. Nella strada delle scuole vi sono pure le case Rizzi, Vitacca, Grieco, altro Ferrauti, Picolla, Braico, il palazzo Bonelli e quello Benincasa ch’è la casa paterna di mia nonna ed ove abitò fino a pochi giorni prima di morire quel di lui fratello prete Zio Nicola, che fece l’ingiustizia di lasciar tutta la proprietà ad una sola nipote senza lasciar nulla agli altri. Così fece pure lo Zio Ciccio, fratello di mia madre, che lasciò tutto ad un nipote per perpetuare il nome della famiglia e quello invece ha venduto l’antico palazzo per poche migliaia di lire e si è domiciliato nelle Marche. La strada delle scuole poi passa davanti al Palazzo del Barone Federici e ad una sua chiesetta e va a finire poi a Porta Pertuso. Così, a grandi linee, ho accennato al mio paese che è stata la mia culla e che racchiude tutti i miei ricordi fino a vent’anni ed altri ancora come dirò in seguito.


Qui sulla sinistra
la copertina del libro
che sto realizzando
riunendo gli scritti
di Nonno Paolo e
di Zia Maria e
di seguito la pagina
di presentazione dello stesso.



Ho raccolto in un unico volume le storie scritte da un padre ed una figlia molto speciali per noi Cosentini. Si tratta di nonno Paolo e di zia Maria che in periodi differenti e con stile diverso raccontano una parte della loro vita. Le due voci narranti a tratti si sovrappongono raccontando gli stessi episodi ma spesso li colorano con tonalità differenti. Zia Maria qualche volta si limita a riferire circostanze ed eventi dei quali ha sentito parlare in famiglia, qualche altra volta invece racconta lo stesso episodio narrato anche dal padre, ma visto con i suoi occhi di bambina o di giovinetta, altre volte ancora aggiunge del suo arricchendo la storia con un po' di fantasia.
Quanto leggerete sarà per tutti noi emozionante e commovente perché si tratta di storie e avvenimenti che stanno alla base dell'esistenza dei nostri padri o delle nostre madri grazie ai quali forse conosceremo qualche nuovo aspetto che forse ignoravamo.

Il libro di Nonno Paolo è un opera veramente prestigiosa. Per chi di noi ama la storia è un occasione preziosa per immergersi nella vita che si conduceva nel diciannovesimo secolo, grazie alla cronaca vivace e brillante che mio nonno ci ha voluto regalare. Nel suo racconto si alternano descrizioni a volte poetiche, altre invece molto realistiche, con tocchi qua e là di garbato umorismo. Insomma abbiamo avuto un nonno eccezionale che purtroppo quasi nessuno di noi ha conosciuto. Lui, forse presago di questo, ci ha voluto regalare, perché è a noi nipoti che l'opera è destinata e dedicata, la storia della sua vita.
L'unico mio cruccio è di non aver intrapreso questo lavoro di trascrizione quando il mio papà era ancora vivo ed avrebbe potuto darmi ulteriori dettagli sugli eventi narrati e confortarmi sul senso di alcune interpretazioni avendone ricevuto, chissà quante volte, il racconto diretto e particolareggiato dalla viva voce del padre. Magari anche cose che si potevano solo raccontare e non scrivere.
L'opera lasciata dal nonno è un volume poderoso di 1250 pagine scritte a mano sui fogli di molteplici quaderni cuciti ed incollati tra loro. Quindi oltre alla difficoltà di decifrare la grafìa del nonno, c'è stata anche l'oggettiva difficoltà di manipolare un volume molto pesante ed ingombrante. Vorrete scusarmi se troverete qualche errore di trascrizione, ma la mole era veramente notevole e solo grazie al prezioso aiuto di mia moglie, con la quale ho condiviso moltissime serate di lavoro, sono riuscito a portare a termine la trascrizione del libro che vi consegno.
Anche se ho pensato più volte di eliminare alcune ridondanze e di spostare alcuni periodi per mantenere la corretta sequenza temporale, ho cercato, più che ho potuto, di rispettare il testo originale, per questo troverete in qualche caso parole o frasi poco comprensibili che, o non siamo riusciti a decifrare correttamente, o si rifanno ad un linguaggio arcaico che oggi non usiamo più.

L'intero lavoro di trascrizione è durato oltre sei mesi ma non è stato assolutamente faticoso, anzi con estremo piacere ho riletto più volte quasi tutto il libro. Spesso mi sono lasciato coinvolgere dal racconto a tal punto da ritrovarmi a provare le stesse sensazioni ed emozioni che nonno Paolo descriveva. L'ansia iniziale legata alla mole del lavoro ancora da fare si è man mano trasformata in disappunto per l'avvicinarsi della fine. Quando poi, verso la fine del libro, mi sono reso conto che l'età e gli acciacchi avevano avuto il sopravvento ho provato un vivo dispiacere per tutti gli anni perduti dei quali non avrei saputo nulla perché il nonno non aveva ormai ne più la forza ne la voglia di raccontarli. Qui per fortuna è venuta in soccorso mia Zia Maria che, forse involontariamente, ha integrato con i suoi racconti la corposa opera paterna. Ecco il motivo per il quale ho riunito, sotto un unico dorso, questi tre volumi.

Non mi resta che augurarvi buona lettura e salutarvi con affetto, orgoglioso di potermi firmare

Paolo Cosentini (Jr.)


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